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La sanità del “qui e ora”

  • Immagine del redattore: Roberto Pieralli MD
    Roberto Pieralli MD
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Nei mesi scorsi, durante un intervento di emergenza territoriale, ho soccorso una paziente affetta da scompenso cardiaco cronicizzato, in progressivo peggioramento. Non era la catastrofe acuta, ma il volto più frequente e insidioso della cronicità lasciata lentamente fuori asse. Ed è stato proprio il dialogo con quella paziente a impormi una riflessione che riguarda l’intero assetto della nostra assistenza territoriale.

Nei giorni precedenti la signora aveva già avuto più accessi per dispnea, ritenzione idrica e ridotta tolleranza allo sforzo. Era stata in Pronto soccorso e in un CAU. In entrambi i casi era stata gestita la problematica del momento, ma non ciò che né il Pronto soccorso né un centro per urgenze minori sono chiamati a fare: prendere in carico nel tempo il problema, ricostruirne il decorso, rimodulare la terapia, leggere ciò che cambia non in un’ora, ma in settimane o mesi.

Quando le ho chiesto perché non si fosse rivolta con maggiore decisione al medico curante o allo specialista, la risposta è stata semplice: il suo medico è sempre pieno; spesso si fatica persino a ottenere prescrizioni se non per via telematica. Così il cittadino, di fronte a questa saturazione, finisce per orientarsi verso i luoghi più accessibili e immediati, spesso presentati come soluzione universale.

È qui che si consuma l’equivoco più pericoloso: il paziente impara che, ogni volta che “sta peggio”, esiste un luogo a cui rivolgersi rapidamente; ma smarrisce la percezione che il suo problema non sia soltanto un episodio da spegnere, bensì una traiettoria clinica da accompagnare.

Sia chiaro: il punto non è demonizzare CAU e Pronto soccorso, né negare l’utilità delle strutture di risposta rapida. Il punto è un altro: la rete dell’urgenza minore funziona bene solo quando è integrativa; fallisce quando viene percepita come sostitutiva della medicina di relazione e della presa in carico continuativa.

La letteratura scientifica è coerente: maggiore continuità con il medico di famiglia significa minore mortalità, meno ricoveri, meno accessi in emergenza. Nei pazienti cronici, la continuità riduce accessi e ospedalizzazioni; al contrario, la frammentazione delle cure aumenta errori, duplicazioni, costi e ricoveri prevenibili. Nel caso dello scompenso cardiaco, il follow-up precoce dopo una riacutizzazione riduce riammissioni, nuovi accessi e mortalità. Lo scompenso non si governa per episodi isolati: richiede monitoraggio, aggiustamenti terapeutici, educazione, aderenza, integrazione tra curante, specialisti e territorio.

Ecco allora il nodo politico e culturale. Da anni si coltiva l’idea che il problema dell’assistenza primaria si risolva aggiungendo luoghi di accesso, finestre orarie, segmenti di risposta rapida e setting intermedi. Ma se, nel frattempo, il medico di famiglia resta schiacciato da massimali elevati, burocrazia crescente e progressiva sottrazione di tempo clinico, il sistema non si rafforza: si scompone. Il rischio, aggravato dal ruolo unico e dalla sua implementazione regionale, è di spostare preziose energie professionali verso funzioni episodiche o turnistiche, impoverendo il presidio relazionale che dovrebbe tenere insieme il percorso del paziente.

Il paradosso è evidente: si dichiara di voler rafforzare prossimità, integrazione e continuità, ma si finisce per educare i cittadini a una gestione “a sportelli” della cronicità. Il cittadino impara dove andare quando sta male, ma non chi debba accompagnarlo perché stia meno male domani.

Per questo la vera domanda non è se servano i servizi di risposta rapida. Servono. La domanda è: a valle o a monte di che cosa? Un CAU, una Casa della Comunità, un ambulatorio di AFT hanno senso solo se si innestano su una medicina generale solida, accessibile, alleggerita dall’eccesso burocratico e messa in condizione di esercitare davvero la presa in carico. Se invece li si usa per compensare la debolezza del pilastro principale, si costruisce una medicina del frammento: efficiente nel gesto singolo, inefficace nella traiettoria complessiva.

A questo si aggiunge il nodo delle Case di Comunità: finanziate dal PNRR nei muri più che nel personale, con la pretesa di funzionare redistribuendo ore già oggi dedicate, dai pochi medici rimasti, alla continuità di cura in altri setting. Trasformare quell’impegno in turnistica non è potenziamento: è sottrazione di risorse alla relazione di cura.

La paziente che ho soccorso mi ha ricordato una grande verità: l’urgenza salva l’oggi, ma la continuità di cura lavora anche sul domani. Una politica sanitaria che dimentichi questa gerarchia rischia di moltiplicare le porte d’ingresso, lasciando però i malati sempre più soli dentro il loro percorso.

In questa logica oggi il problema delle Case di Comunità, finanziate per i muri dal PNRR e non per il personale in via strutturale, con la pretesa utopistica di farle funzionare “ripartendo” la spesa corrente mediante ridistribuzione di ore di attività già esistenti e oggi dedicate nei fatti, dai pochi medici di assistenza primaria rimasti, alla continuità di cura in altro setting, trasformando quell’impegno in una turnistica con “chi è di guardia” è pura utopia.

Un modello insostenibile sul breve, medio e lungo termine, che senza prevedere nuovi contingenti dedicati di personale e conseguenti maggiori oneri, di fatto rischia di creare il mostro che dichiarava di voler prevenire. Queste strutture infatti divengono in questo modo luoghi di turnazione e non strutture di potenziamento al servizio della relazione di cura, ma centri erogativi di prestazioni non meglio e non ancora pienamente definite e soprattutto, organizzate.

Roberto Pieralli MD — Presidente regionale SNAMI Emilia-Romagna — Medico di Emergenza Sanitaria Territoriale

Originariamente pubblicato il 10 marzo 2026 su Il Substack di Roberto Pieralli MD

 
 
 

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