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Specializzazioni mediche, posti deserti e “diritto allo studio” - I controsensi di un sistema da riformare

  • Immagine del redattore: Roberto Pieralli MD
    Roberto Pieralli MD
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Anche quest’anno, nonostante risorse e annunci, una quota importante dei posti nelle scuole di specializzazione è rimasta senza assegnazione. È un copione che si ripete da anni: una parte dei contratti “va deserta”, con stime locali che – almeno nel dibattito bolognese – arrivano a evocare percentuali molto rilevanti, pur tenendo conto di scorrimenti, rinunce e riassegnazioni successive.

Il punto, però, non è soltanto contare i posti vuoti. Il punto è capire perché restano vuoti e quale messaggio stia dando la formazione post-laurea in Italia ai medici di oggi.

Da Medico e Presidente Regionale di SNAMI Emilia-Romagna (Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani) su questo tema continuo a sostenere una cosa semplice: il problema non è solo “quanti posti”, ma come è costruita la normativa italiana sulle specializzazioni: una normativa che, nei fatti, genera paradossi e disfunzionalità e in certi casi addirittura comprime per alcuni il diritto allo studio e blocca nel concreto la possibilità di formarsi lungo tutto l’arco della vita professionale.

Il problema non è solo quanti posti mettiamo a bando. È come funziona davvero il sistema: per molti medici, la specializzazione è resa di fatto impraticabile.

Il collo di bottiglia: studiare sì, ma solo se sei precario

La specializzazione, così come strutturata oggi, è pensata quasi esclusivamente per chi è neolaureato e può reggere per anni un percorso “full-time standardizzato”. Certo, anche qua ci sono molti ostacoli, ma di questo tema parlerò in un altro articolo. Voglio concentrarmi su un altro aspetto: cosa succede se un medico già operativo nel Servizio Sanitario vuole acquisire un’ulteriore specializzazione? O se un medico già al lavoro dopo anni e anni di imbuto formativo volesse colmare quel percorso? O magari un medico di medicina generale volesse anche approfondire le proprie competenze in una branca specialistica?

Qui emerge un paradosso che vedo ogni giorno: il sistema tollera – e in certi casi incoraggia – che lo specializzando svolga attività lavorative (continuità assistenziale, incarichi provvisori di medicina generale) durante la formazione, ma sempre e solo quando il rapporto di lavoro è precario. Se invece un medico ha un incarico stabile – spesso identico, per carico e responsabilità, a quello svolto da un collega precario – si scontra con incompatibilità, vincoli e interpretazioni che impediscono la doppia traiettoria “lavoro + formazione”.

Risultato: per proseguire la formazione, il sistema finisce per “suggerire” una scelta distorta: rinunciare alla stabilità (o addirittura licenziarsi) e rientrare nel circuito come precario, talvolta per fare attività molto simili a quelle già svolte.

Il sistema tollera che si lavori durante la specializzazione, ma spesso solo se lo fai in modo precario. Così il diritto allo studio viene compresso: o rinunci a crescere, o rinunci alla stabilità.

Borsa e previdenza: il vero “effetto pensione” nel sistema contributivo

C’è un aspetto che viene sottovalutato quando si parla di “borsa” soltanto come reddito mensile. La borsa di specializzazione, nei casi migliori, si colloca grossomodo tra 25 e 27 mila euro annui. È già un taglio pesante per chi ha già responsabilità economiche preesistenti o magari figli da mantenere. Ma il nodo decisivo, oggi, è previdenziale.

Oggi ogni medico vive integralmente dentro il sistema contributivo. Vent’anni o trent’anni fa, chi si specializzava poteva avere una carriera con quote in regimi misti o persino più vicini a logiche retributive sotto il profilo di calcolo del trattamento pensionistico. Oggi no: il montante contributivo è la base reale su cui si calcola la pensione.

Questo significa che scegliere di rientrare per 4–5 anni in un percorso formativo con reddito ridotto e contribuzione più bassa non è solo “stringere la cinghia” nel presente: è anche abbassare il montante e quindi esporsi a penalizzazioni pensionistiche nel futuro.

In più, la contribuzione dello specializzando è all’INPS gestione separata e non all’ENPAM: dettaglio che, per molti medici, aggiunge l’ennesimo elemento di incoerenza in un percorso professionalizzante che assomiglia a un lavoro, ma viene trattato spesso come una forma ibrida di “studentato”. Fortunatamente oggi pare sia finalmente possibile recuperare e ricongiungere i contributi.

Chi investe più anni nella formazione, nel modello italiano, rischia di pagarlo due volte: oggi in reddito e domani in pensione.

Emilia-Romagna: “Ce lo chiedono spesso. Vogliono studiare e formarsi ma senza doversi licenziare”

Il tema non è astratto. In Emilia-Romagna questa richiesta mi arriva con regolarità a SNAMI ER: da medici dell’emergenza territoriale, della medicina penitenziaria, ma anche da medici di assistenza primaria e della continuità assistenziale.

Molti vorrebbero una cosa molto lineare: mantenere l’attività professionale (magari continuando a lavorare nei servizi di emergenza) e parallelamente approfondire e sviluppare competenze tramite una scuola di specializzazione, naturalmente passando da concorso e regole chiare, ma senza essere costretti a licenziarsi.

E c’è un dettaglio che considero emblematico: oggi questa logica di compatibilità viene sostanzialmente accettata solo nel Corso di formazione specifica in medicina generale. Per le specializzazioni “classiche”, invece, la praticabilità reale è spesso molto più limitata.

Se il Servizio Sanitario ha bisogno di competenze avanzate, dovrebbe facilitarne l’acquisizione, non trasformarla in un percorso a ostacoli.

Europa e part-time: previsto, ma da noi resta lettera morta

Un altro punto che continuo a richiamare, anche come SNAMI Emilia-Romagna, è la distanza tra principi europei e applicazione nazionale. In molti Paesi europei la formazione specialistica non è un binario unico “full-time e basta”: esistono modelli part-time, compatibili con fasi di vita e di lavoro diverse, senza abbassare gli standard ma rendendo il sistema più realistico.

In Italia, invece, la possibilità part-time viene percepita come incerta, residuale o ostacolata da prassi e vincoli. E così si perde un’occasione: trasformare la formazione in una leva di qualità per i cittadini, non in un sacrificio punitivo per chi lavora già.

Competenze pregresse: perché in università sì e in specializzazione no?

C’è infine un tema culturale e organizzativo: il riconoscimento dell’esperienza e della formazione pregressa. Nel sistema universitario esistono crediti e riconoscimenti: chi cambia corso di laurea o percorso può vedersi riconosciute competenze già certificate. Nella formazione post-laurea medica, invece, spesso tutto viene azzerato: un medico con anni di pratica, skill e titoli, viene trattato come un neolaureato, con percorsi identici per durata e struttura.

È difficile spiegare perché un medico già specialista, con anni di attività, debba “ripartire da zero” senza valorizzazione formativa reale del già acquisito. Modernizzare qui non significa regalare titoli: significa costruire percorsi seri, ma intelligenti, che riconoscano ciò che è già dimostrato e certificato.

Le proposte

La sintesi, per me, è molto concreta:

  1. Ridurre le incompatibilità e rendere davvero possibile la formazione anche per chi lavora stabilmente nel Servizio Sanitario.

  2. Aprire e normare percorsi part-time, coerenti con quanto previsto a livello europeo e adattando i percorsi al medico e non costringere sempre e solo il medico ad adattarsi ai percorsi.

  3. Rendere sostenibile la scelta anche dal punto di vista retributivo e previdenziale, evitando penalizzazioni future nel pieno del sistema contributivo.

  4. Introdurre criteri di valorizzazione dell’esperienza e formazione pregressa dove appropriato, senza compromettere gli standard.

Nel frattempo, tra reparti che faticano a reclutare e settori ad alta intensità sempre meno attrattivi, resta una domanda che non può essere liquidata con “mancano vocazioni”.

Non è la vocazione a mancare. È il sistema che rende la scelta spesso irrazionale e, per molti, praticamente impossibile – soprattutto per chi i servizi li sta già mandando avanti ogni giorno. Immaginate se uno che ha già fatto 5 anni di medicina d’emergenza, dovesse rischiare di perdere altrettanti anni con contributi minimi e stabilità nulla per cambiare percorso, consapevole che fino a 70 anni notti e festivi in emergenza sono improponibili.

Originariamente pubblicato il 17 gennaio 2026 su Il Substack di Roberto Pieralli MD

 
 
 

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