• Roberto Pieralli MD

non sarebbe cambiato niente ?

Mi è capitato ultimamente di ascoltare alcuni "gotha" di "salotti intellettuali" sussurrare sottovoce l'idea che sarebbe stata ininfluente la presenza di un piano pandemico aggiornato, per la risposta a COVID19.


Dedurre i motivi, almeno ipotetici, oggi, di queste affermazioni, a me risulta abbastanza facile. Un po' come dire "tanto era gravissimo" e "nessuno sa se si sarebbe potuto salvare".


L' idea che ne deriva è che davanti a un virus ignoto, tutto sarebbe stato identico, e che era impossibile una pianificazione.


Bene, sentire queste sciocchezze anche NO, e lasciare che si diffondano senza alternativa di opinione è pure peggio.


I piani di emergenza, così come quello pandemico tra questi, dai tempi di Ottaviano Augusto, dovrebbero essere basati sui principi già ripresi dalla Protezione Civile nazionale secondo appunto il “Metodo Augustus”.


I piani non servono non certo a definire con precisione cosa fare nel caso di uno specifico virus sconosciuto, ma servono a sapere chi fa cosa e in che tempi e modi in caso di un’emergenza con determinate caratteristiche che in epidemiologia già conosciamo.


Dopo i primati, la mente umana infatti è in grado di operare astrazione e pensiero ipotetico su scenari non ancora verificatisi.

COVID non fa eccezione, le epidemie le conosciamo bene dalla storia e COVID non si e’ trasmesso con la telepatia o sulle frequenze del 5G, ma con le stesse vie utilizzate da altri patogeni arcinoti. Dire quindi non sarebbe cambiato nulla a me pare ancora piu' ridicolo, come ridicolo è dire che tanto tutto il mondo ha avuto un problema, che suona come dire che due peccati da oggi diverranno una virtù.


I problemi Italiani sono stati e stanno ancora nel modo di pensare contorto e disfunzionale di troppa parte dei popolazione dei palazzi del potere. Giacca e cravatta, attenzione all'etichetta, e sul contenuto tecnico e pratico poco importa.


Attenzione al processo e mai al risultato pratico e funzionale. Pensare che abbiano in piena pandemia aggiornato un piano pandemico, mi è parso veramente elemento da cigliegina sulla torta.

La giusta polemica sull'aggiornamento del piano è reale, ma non è solo un problema di aggiornamento, il problema e’ che quello esistente anche se vecchio mai aveva, nei fatti, visto una simulazione e un coinvolgimento degli attori. Prepararsi all'emergenza costa tempo, fatica, soldi, ma come per le assicurazioni, quell'investimento quando hai un problema, ringrazi di averlo fatto.


I piani di carta non servono a niente se non sono agiti in simulazione, anche solo su un tavolo da gioco. Un piano di emergenza diventa vice versa tanto inutile quanto le tesi di laurea tutte belle impaginate e rilegate con le letterine dorate, ma infine lette da nessuno.


Un piano pandemico va CONOSCIUTO da tutti gli attori, e tutti gli attori devono prepararsi addestrandosi su come fare le cose in caso di emergenza. Per questo si simulano i piani di massiccio afflusso feriti, almeno in qualche ospedale, per questo i piloti simulano le emergenze di bordo, per questo i medici di emergenza si addestrano su manichini e scenari sempre piu' realistici.


Questo si chiama in inglese Emergency Preparedness, ovvero preparazione all’ emergenza e alla relativa risposta. Avviene in ogni settore critico, dall’ aviazione alla medicina, dove quotidianamente si organizzano formazione e simulazione, per far si che si sappia a grandi linee come ci si deve muovere in caso di emergenza, senza chiaramente poter prevedere ogni singolo dettaglio di una possibile emergenza.


La pianificazione serve a ridurre il tempo della fisiologica risposta scomposta, e le conseguenze di una eventuale prima risposta inappropriata a lungo termine.

Avere un’ancoraggio di partenza è fondamentale, così da far si che anche una mente poco esperta e poco avvezza al pensiero strategico di risposta all’emergenza abbia un canovaccio da cui partire sapendo parlare la stessa lingua di chi è coinvolto ai vari livelli nel gestire lo scenario.


Il Metodo Agusutus su cui si basa il sistema di protezione civile, preparato appunto già dai tempi dei Romani, ci ricordava già allora come il valore della pianificazione di dettaglio decresce tanto più aumenta la complessità del sistema da gestire in via ipotetica e previsionale.

Questo non vuol dire lasciar perdere i piani, ma farli sufficientemente logici e flessibili da consentire di agire in maniera organizzata, rapida e tempestiva, per ottenere il miglior risultato possibile in un tempo contenuto, dedicandosi nel frattempo alla personalizzazione della risposta alle singole caratteristiche dell’emergenza specifica.


Un piano pandemico conosciuto e agito tra tutte le forze del servizio pubblico avrebbe almeno potuto far capire immediatamente chi doveva fare cosa, come e dove, senza che l’improvvisazione degenerasse nello spettacolo circense a cui siamo stati sottoposti per mesi e mesi.


Chi lavora in emergenza tutti i giorni conosce bene, nel piccolo e nel grande, quanto sia essenziale e critico lavorare su conoscenze condivise e linguaggio comune, e ben comprende quanto sia demenziale dire che piano o no non sarebbe cambiato nulla.


Parliamoci chiaro: il problema è dilagato in tutto il mondo ma non in tutto il mondo le cose sono andate nello stesso modo. E quando si sente dire che alcuni paesi certamente avranno avuto risposte piu' efficaci per via della politica "militare" esistente, allora bisogna rispondere che laddove si è piu' "liberali" e si ha meno capacità di azione coercitiva e militare, come da noi, li si che servono a maggior ragione una maggiore pianificazione e addestramento.

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